06 Novembre 1997
Non si tratta infatti di una alternativa. Come l'autrice stessa afferma, il Ponte verrebbe finanziato da capitali privati, e nel giro di 15 anni diventare un buon affare per che vi investe. Chi investirebbe invece per la salvaguardia del nostro patrimonio? Dove sono i capitali? Mi sembra ragionevole pensare che a tale scopo sarebbe più efficace un intervento legislativo ad hoc che agevolasse questo tipo di investimenti in maniera capillare. E' chiaro che le due cose non sono in contrapposizione. Non è forse mai capitato agli autori degli articoli di prendere quei maleodoranti o obsoleti traghetti?
Recenti studi dimostrano inoltre la tenuta del Ponte a scosse del grado 7.3 della scala Richter, o 11 della scala Mercalli. E non vengono mai citate le importanti ricadute economiche per lo sviluppo del nostro Mezzogiorno.
Giuseppe Melfi
Mi chiedo se Teresa Crespellani Allegretti, abbia mai
attraversato lo Stretto con in macchina o in treno. Penso che per
l'avviciamento dei "popoli" può essere valida anche una
megastruttura da 8 mila miliardi, specialmente in un paese dove
le megastrutture vengono sfornate di gran fretta solo "per le
grandi occasioni"...
Si perché a noi va bene vivere nel disordine mentre dobbiamo
mostrare a terzi la civiltà che soprattutto noi meridionali non
conosciamo?
Carmelo Giunta
risponde
- TERESA CRESPELLANI ALLEGRETTI
R
INGRAZIO Giuseppe Melfi e Carmelo Giunta per aver colto lo
spirito del mio articolo, cioè quello di aprire un discorso
dialettico sul Ponte di Messina, portando ognuno le sue ragioni,
la sua parte di verità. E gli autori delle lettera presentano
un'altra faccia del problema meritevole di attenzione e rispetto
perché viene da una esperienza di separazione e isolamento.
Ma è proprio qui il punto. Saremo noi a controllare il Ponte o
sarà il Ponte a condizionare la nostra vita? In nome di un utile
immediato e legittimo possiamo arrenderci ad una intrusione
tecnologica che, se realizzata, cambierà simultaneamente in
meglio e in peggio il volto del nostro meridione? Un vaglio
attento di tutte le alternative, possibili, sia tecniche (ad
esempio, come suggerisce Melfi un piano di trasporti ferroviari e
su traghetto più avanzato ed efficiente) sia economiche (anche
per il recupero antisismico sono ipotizzabili coinvolgiemnti di
privati) è assolutamente doveroso, prima di pensare a soluzioni
tecnologiche che sbarrano il passo ad altre tecniche più umane e
più invisibili, che potrebbero rendere più sicure le nostre case,
più abitabili le nostre meravigliose piazze medievali e barocche
(penso a Noto, ad Acireale, e ai tanti luoghi incomparabilmente
belli del Sud di Italia), più effettivi i rapporti tra le
persone. Sono anch'io isolana e porto nel mio tessuto costitutivo
la memoria di notti di tormento trascorse nell'impazienza furiosa
di raggiungee la costa, ma questa memoria si intreccia con la
constatazione, che mi viene da un'esperienza diretta e
professionale, degli squilibri sociali, del carico di sofferenza
umana e delle nuove forme di esclusione prodotte dalle politiche
basate sui megaimpianti, le megaindustrie, le megacentrali. Come
dice Jonas "c'è maggior pericolo nel successo che nel
fallimento", e questa degli effetti collaterali delle grandi
opere non è solo una storia italiana, è una storia mondiale.
Penso agli indios che hanno perso terre e salute per la
costruzione della grande diga di Itaipù in Brasile, agli
squilibri ambientali della grande diga sul Nilo, ai continui
crolli delle abitazioni nei quartieri poveri di Città del
Messico, che risentono ancora oggi degli effetti delle
maxiestrazioni d'acqua dal sottosuolo operate negli anni '50.
Tante storie che dovrebbero insegnarci che il motivo per cui le
tecnologie tendono sempre più "al grande" non è né la vivibilità
dei luoghi né l'attenzione alle popolazioni, ma - occorre non
dimenticarlo - esclusivamente il profitto e il prestigio dei ceti
dirigenti.