il manifesto 06 Novembre 1997


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"il manifesto" risponde

I diversi volti del Ponte

Anche Teresa Crespellani Allegretti ("il manifesto" del 18 ottobre) si unisce al coro di coloro che sono contrari alla costruzione di un Ponte sullo stretto. Devo rimarcare però che sono sempre rimasto alquanto perplesso davanti a tali argomentazioni. E' ovvio che se si debba scegliere tra lo spendere i soldi per il Ponte, e spenderli per una ristrutturazione antisismica del nostro patrimonio artistico ed edilizio, molti sceglierebbero quest'ultima. Ma la questione non è il dilemma di tale scelta.

Non si tratta infatti di una alternativa. Come l'autrice stessa afferma, il Ponte verrebbe finanziato da capitali privati, e nel giro di 15 anni diventare un buon affare per che vi investe. Chi investirebbe invece per la salvaguardia del nostro patrimonio? Dove sono i capitali? Mi sembra ragionevole pensare che a tale scopo sarebbe più efficace un intervento legislativo ad hoc che agevolasse questo tipo di investimenti in maniera capillare. E' chiaro che le due cose non sono in contrapposizione. Non è forse mai capitato agli autori degli articoli di prendere quei maleodoranti o obsoleti traghetti?

Recenti studi dimostrano inoltre la tenuta del Ponte a scosse del grado 7.3 della scala Richter, o 11 della scala Mercalli. E non vengono mai citate le importanti ricadute economiche per lo sviluppo del nostro Mezzogiorno.

Giuseppe Melfi per e-mail da Ispica (Rg)

Mi chiedo se Teresa Crespellani Allegretti, abbia mai attraversato lo Stretto con in macchina o in treno. Penso che per l'avviciamento dei "popoli" può essere valida anche una megastruttura da 8 mila miliardi, specialmente in un paese dove le megastrutture vengono sfornate di gran fretta solo "per le grandi occasioni"...

Si perché a noi va bene vivere nel disordine mentre dobbiamo mostrare a terzi la civiltà che soprattutto noi meridionali non conosciamo?

Carmelo GiuntaBarcellona (Me)

risponde - TERESA CRESPELLANI ALLEGRETTI

R INGRAZIO Giuseppe Melfi e Carmelo Giunta per aver colto lo spirito del mio articolo, cioè quello di aprire un discorso dialettico sul Ponte di Messina, portando ognuno le sue ragioni, la sua parte di verità. E gli autori delle lettera presentano un'altra faccia del problema meritevole di attenzione e rispetto perché viene da una esperienza di separazione e isolamento.

Ma è proprio qui il punto. Saremo noi a controllare il Ponte o sarà il Ponte a condizionare la nostra vita? In nome di un utile immediato e legittimo possiamo arrenderci ad una intrusione tecnologica che, se realizzata, cambierà simultaneamente in meglio e in peggio il volto del nostro meridione? Un vaglio attento di tutte le alternative, possibili, sia tecniche (ad esempio, come suggerisce Melfi un piano di trasporti ferroviari e su traghetto più avanzato ed efficiente) sia economiche (anche per il recupero antisismico sono ipotizzabili coinvolgiemnti di privati) è assolutamente doveroso, prima di pensare a soluzioni tecnologiche che sbarrano il passo ad altre tecniche più umane e più invisibili, che potrebbero rendere più sicure le nostre case, più abitabili le nostre meravigliose piazze medievali e barocche (penso a Noto, ad Acireale, e ai tanti luoghi incomparabilmente belli del Sud di Italia), più effettivi i rapporti tra le persone. Sono anch'io isolana e porto nel mio tessuto costitutivo la memoria di notti di tormento trascorse nell'impazienza furiosa di raggiungee la costa, ma questa memoria si intreccia con la constatazione, che mi viene da un'esperienza diretta e professionale, degli squilibri sociali, del carico di sofferenza umana e delle nuove forme di esclusione prodotte dalle politiche basate sui megaimpianti, le megaindustrie, le megacentrali. Come dice Jonas "c'è maggior pericolo nel successo che nel fallimento", e questa degli effetti collaterali delle grandi opere non è solo una storia italiana, è una storia mondiale.

Penso agli indios che hanno perso terre e salute per la costruzione della grande diga di Itaipù in Brasile, agli squilibri ambientali della grande diga sul Nilo, ai continui crolli delle abitazioni nei quartieri poveri di Città del Messico, che risentono ancora oggi degli effetti delle maxiestrazioni d'acqua dal sottosuolo operate negli anni '50. Tante storie che dovrebbero insegnarci che il motivo per cui le tecnologie tendono sempre più "al grande" non è né la vivibilità dei luoghi né l'attenzione alle popolazioni, ma - occorre non dimenticarlo - esclusivamente il profitto e il prestigio dei ceti dirigenti.


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