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Così i privati finanzieranno
il Ponte da 8.500 miliardi
Stretto di Messina, ecco il rapporto messo a punto da Mediocredito. Dallo Stato contributi residui. Nove anni per realizzarlo

di ENZO CIRILLO


ROMA - Il ponte sullo Stretto? Con 8600 miliardi di finanziamenti, seimila circa dei quali sborsati dai privati e duemilacinquecento a carico di Stato regioni e Ue, e nove anni di lavoro "l'ottava meraviglia del mondo" potrebbe essere realtà già nel 2009.
A parlare di "alta finanziabilità del progetto" sono gli analisti di Mediocredito Centrale che, a poche ore dall'intervento del presidente del Consiglio Prodi sull'argomento, hanno riaperto i termini del confronto sulla controversa struttura.
"Per quanto riguarda il Ponte sullo Stretto non ho attualmente all'ordine del giorno piani definitivi Il progetto dovrà essere analizzato molto bene. Ci sono difficoltà a promuoverlo presso investitori esteri visti i problemi che si sono creati con il tunnel della Manica...".
Mercoledi, a Mezzogiorno, reduce da una audizione alla commissione Bilancio della Camera a quanti gli fanno domande sul collegamento stabile tra Sicilia e Calabria il presidente del consiglio preferisce glissare. L'argomento non lo eccita particolarmente e Prodi, visti anche gli accesi contrasti che l'argomento suscita nella maggioranza come nella compagine governativa, ammette, prudente, che "non ci sono novità".
Nelle stesse ora a Palazzo Chigi però il sottosegretario Enrico Micheli è impegnato nella lettura di un documento "riservato e confidenziale" dove in 25 cartelle Mediocredito Centrale sviluppa, con i dati messi a diposizione dalla società Stretto di Messina del gruppo Iri, tre ipotesi di fattibilità finanziaria.
Si tratta di un project financing che i tecnici di Mediocredito hanno sviluppato analiticamente su tre ipotesi puntando decisamente su quella che limita l'intervento al solo manufatto, lasciando a parziale carico dello Stato le strutture di accesso calcolate "in 2100 miliardi".
Al ponte vero e proprio penserebbero i privati che dovranno trovare 6050 miliardi in cambio di una concessione in grado di assicurare "alta remunerazione ai capitali investiti".
Con poco più di seimila miliardi che diventano seimilacinquecento circa nell'ipotesi meno favorevole dove l'eventuale integrazione, pari a 435 miliardi la farebbe lo Stato, il sogno accarezzato dai Romani, da Garibaldi, da Napoleone e dai Borboni, potrebbe diventare realtà ammesso che sull'argomento Parlamento e governo alla fine trovino una intesa visti i risoluti dinieghi che al progetto hanno opposto anche se con motivazioni diverse, i due ministri chiave per le infrastrutture: quello dell'ambiente Edo Ronchi e dei Lavori pubblici Paolo Costa.
Nell'attesa del semaforo verde politico, Palazzo Chigi esamina i risultati dello studio dal quale emergono tre indicazioni strategiche di rilievo. La prima è che l'opera "può essere totalmente finanziata dai privati".
L'investimento iniziale - scrivono i tecnici di Mediocredito - potrà essere finanziato interamente dai privati con mezzi propri per un totale di 1650 miliardi, pari al 25% dei costi di costruzione del manufatto e con altri 4860 miliardi" che la società concessionaria si impegnerebbe a trovare sul mercato.
Il secondo elemento è rappresentato dalla certezza dei tempi di realizzazione, nove anni, cui ora si aggiunge la buona remunerazione dei capitali investiti con un tasso di rendimento dell' opera calcolato all'8,4% che diventa 11% al lordo delle imposte per quelli di rischio.
Il terzo elemento di valutazione dei tecnici di Mediocredito riguarda il ruolo che da un punto di vista finanziario sarebbe chiamato a svolgere lo Stato. A quest' ultimo sarebbe riconosciuta la possibilità di interventi "sotto forma di integrazione dei ricavi della concessionaria in fase di gestione".
E sulla questione dell'intervento pubblico Mediocredito ritorna anche nelle conclusioni del documento.
"Le analisi svolte dimostrano che escludendo le infrastrutture di accesso, il progetto - dicono gli analisti finanziari - presenta una elevata capacità di autofinanziamento anche in presenza di considerevoli variazioni nelle ipotesi fondamentali. In particolare, quando è necessario l'intervento di un contributo statale - spiega lo studio - questo rimane di entità molto contenuta. A titolo esemplificativo nel caso di un aumento dei costi di costruzione pari al 15%, un incremento nei costi operativi generale del 20% annui ed una lievitazione dei tassi di interesse di 150 punti base, il valore attuale del contributo dello Stato complessivamente necessario al buon esito del progettio risulta pari a circa 435 miliardi, equivalente al 7% dell'investimento iniziale".

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