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Cosmographia Libro primo Parte 1
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[C:1r]

Di Francesco Maurolico Dialogo

Il qual Cosmographia, cioè descrittione del mondo se può chiamare

Parlano Antimacho et Nicomede

Antimacho.

Quantunque che bisogna ricreare l'animo, per li molti sì civili, come domestichi negotij stanco, uscito di la cità, m'apparto a questo aprico, et dilectevole luoco. Et hor non per altra causa son qui venuto: perché le voci del turbulento foro, gli iurgij, gli tumulti, gli strepiti dele litiganti parti ancora ne l'orecchie mi suonano. In vece de li quali qui soavissimi canti di augelli, et placidi1 mormorj di correnti rivoli si sentono. Quinci si comprende quanto sia più queta, più tranquilla, più secura, più innocente, e2 più beata la vita rustica, che la urbana. Né invano tal vivere fu da molti antiqui lodato, et eletto. Ma chi è collui il quale solo in quel sasso, et cogitabondo siede? Mi par che sia Nicomede mathematicho, il quale non cessa mai di3 speculare, et contemplare. Certo non è altro, che tiene in mano non so che. Credo che sia o Sphera, o Astrolabio. Ecco che nelle selve non meno Urania, che Diana diversa4. Io vo' con lui raggionare sì per disviarmi alquanto i gravosi pensieri, e sì per imparare alcuna cosa di nuovo. Dio te salve Nicomedo dottissimo.

[Nico.] Et sempre sie salvo Antimacho mio nobilissimo, che buon vento ti ha5 qui condotto?

[Anti.] Buon certo, havendo trovato un tal thesoro [C:1v] di scienza qual tu sei.

[Nico.] Et qual huomo, quantunque tra philosophi perito (non io che rozo sono) se può oggi dì chiamar thesoro, quando niuna cosa è in sì poca stima, come le lettere, et altre buone arti?

[Anti.] Tutto che la virtù, et la scientia da niuno sia pregiata, non di meno è per sé sì lodevole et pretiosa, che li riami, l'oro, e le gemme a lei comparate son terra. Onde il savio Salamone6 quella preponeva a le ricchezze, a li regni, et ali regal segi.

[Nico.] Tu dice il vero, et perché sij devenuto stoico. Io pur vorrei che i litterati havessero il suo loco, et che, come il debito chiede, fossero rimunerati. Tu sei saturo, e però parli cossì.

[Anti.] Questo ancora è il mio desiderio che gli homini degni sentissero li premij de le loro fatiche. Chi tel' nega? Ma dì quel che vuoi; tu non me puoi colpare come ingrato, o come dispreggiatore di lettere; sai l'affettione, et liberalità mia verso gli litterati.

[Nico.] Io non parlo per te; né ancor mi lagno d'alcuno; anzi mi posso gloriare d'essere stato honorato, et premiato oltra il mio grado et merito; ma parlo generalmente.

[Anti.] Hor lassiamo star questo contrasto. Io spero che Carolo Augusto, con questa sua alta et felice impresa, ridurrà il mondo in sì tranquillo stato, che ogn'uno lieto, et securo ne goderà. Et già se dice la sua numerosa classe da Palermo, et Cagliari7 essere arrivata in Africa, et haver puosto l'assedio a Tunisio. Chi sa se tempo torni nel quale le speculative scienze se vedano a pieno fiorire, et gli acuti ingegni monstrino quanto vagliano?

[Nico.] Facciano gli Dij immortali, che [C:2r] cossì sia come tu speri.

[Anti.] Ma tu che fai qui solo? Che contempli? Et come stai così malanconico?

[Nico.] Io son uscito questo sereno iuorno in questi lochi aprici per causa di sollazzo et contemplatione; ma invece di sollazzo, un grave cordoglio m'ha occupato pensando che quattro de'i compagni de la nostra academia, con li quali d'ogni speculativa materia raggionar solevamo, già undeci anni fa, son defunti et or, dentro a questo sacello di Santo Alessio, sepulti iaceno.

[Anti.] Quelli passaro a miglior vita, non deve passione alcuna intrare nel petto di te savio.

[Nico.] Non sai tu la mia professione et i8 mei studij, et ancor questo9 instrumento, ch'io tengo in mano, ammonire10 di quel che tu mi dimandi?

[Anti.] Veramente ti puoi chiamare beato, il quale hai collocato la mente, da ogni terreno fascio discarricata, in sì alte et rare speculationi.

[Nico.] Tu laudi li nostri studij, ma pur nelli tuoi ti mantieni.

[Anti.] Questo puoi dire agl'homini volgari et ideoti et a quei che nell'avaritia, o altra cupidigia sono sì alligati,11 che de le lettere sono in tutto alieni. Io non mi tegno del numero di questi. Sai tu ben quante volte, con desiderio, ti ho inteso disputare de la forma, sito, et moto degli celi et elementi, della grandezza del Sole, e delle stelle, del circuito dela terra; per che causa gli estivi giorni siano tanto grandi, et perché tanto brevi quelli12 del verno; per che causa il Sole, perché la Luna si ecclissi.

[Nico.] Tu dici il vero. Ma che mi fa questo, se tu sempre foste, et ancor sei nelle tue fantasie pertinace, et di continuo combatti contra [C:2v] la verità? Ben ti sta questo nome Anthimacho, et chi prima cossì ti chiamò fu quasi de la natura tua indovino.

[Anti.] S'io teco in ogni cosa m'accordasse, tu non haresti contra cui disputare, né dove mostrar la forza delli tuoi argumenti. Il buon soldato si prova nella pugna. Il buon philosopho nella disputa. Tando pare vera la propositione13, quando le sue contrarietà destrutte restano. Io dunque vo' che mi satisfacci con raggione, et che vinci la mia pertinacia.

[Nico.] Non basteria Hercole, non Athlante ch'el cielo con le spalle sostennero. Tu dici ch'el cielo non è spherico; che né la14 terra, né l'acqua è rotunda; e che ancor non sta nel mezo; che l'antipodi non sono, né esser possono.

[Anti.] Io dico quel che i sensi mi mostrano. Ma che dirai d'alcuni altri del vulgo, che assai più stolte et più ridicole cose credono?

[Nico.] Et quai son quelle?

[Anti.] Vi sono alcuni che dicono, che l'insole15 et la terra stanno sopra l'acqua come un sovero, o tavola che nati. Alcuni che la faccia del mare è più alta delli monti. Altri affermano che la terra sta nel mezo tirata d'ogni'ntorno dalle stelle, come l'arca di Macomecto in La Mecca dale circonstante calamite, et che altramente caderebbe. Et v'è chi dica che il Sole poi dell'occaso torna oscuro, et quasi morto, et nascendo revivisce. Né manca16 chi creda ch'el Sole da ponente torna per la sommità dele montagne a livante.

[Nico.] Non mi contar più ti prego, non mi contare queste favole asinine.

[Anti.] Et che dirai tu de li poeti, che dicono ch'el Sole s'attuffa nell'oceano, et quindi medesimo [C:3r] risurge?

[Nico.] Li poeti molte cose fingono, che non credono, per dar luoco a loro fantasie.

[Anti.] Orsù lassiamo andar gli poeti. Io ti mostrerò philosophi, che, tra loro discrepando, non men ch'el vulgo deliranno. Thalete disse, che cossì il Sole et la Luna come la terra sia fatta come un globo; Anaximandro come una colonna; Leucippo come un timpano; Cleante come un turbine; Anaximene come una mensa; Heraclito come una scapha; Democrito come un disco.

[Nico.] La diversità di queste opinioni mostra la falsità loro; perché necessario è che un solo ferisca il segno dela verità.

[Anti.] Et chi sa, chi dica il vero? Tu harai gran guerra, et gran vittoria conseguiterai se tante opinioni potrai destruere.

[Nico.] Anzi niuna cosa fia più facile, perché conchiudendosi la verità per le sue dimostrative raggioni, ogni falso concetto anderà via, come al vento tela di ragno. Et se tu havessi tempo et agio d'ascoltarmi, io oggi ti caveria fuor d'ogni errore, se tu pur non fossi troppo pertinace, et ogni cosa te insegneria.

[Anti.] Anzi ten prego. Questo dì tutto è nostro. Il luoco è rimoto et apto, et poi di questo mi sei tu debitore, che non una volta me l'hai promesso17.

[Nico.] Io vorria cominciare d'alcuni preamboli di geometria ala materia nostra necessarij.

[Anti.] Se tu volessi esponere tutti preamboli, che fanno bisogno ali astronomici rudimenti, ti fora necessario dichiarare tutti quasi gli Elementi d'Euclide, et gli Sperici di Theodosio et alcun'altre cose, che non ci basteria un anno. Non è questo il nostro proposito. Fa conto ch'io habia visto detti autori; che già credo haverne tanta intelligenza quanto il besognio chiede, et ovunche [C:3v] io mancasse, tu m'aiuterai.

[Nico.] Farrò come vuoi. Intriamo pria nel lastricato18 pavimento di questa cisterna, dove potremo alquanto sedere.

[Anti.] Così facciamo.

[Nico.] Hor ascolta. In prima tu dei sapere ch'el mondo non è altro che una grandissima sphera, o voi dire palla, o cocola, dela quale la superficie è ne19 essa superficie convessa del primo mobile, et il centro20 il medesimo centro di essa terra.

[Anti.] Et fuor di questa superficie che pensi tu che vi sia?

[Nico.] Aristotele dice che non vi è niente. Pitagora dice che vi sia vacuo, acciò ch'el mondo respire, et gli Stoici aggiongono accioché abia dove exhale nell'universal conflagratione. Platone volse che né intra il mondo, né di fuor vi fosse vacuo. Plinio disse che indagare questo non appartiene ad huomo. La cristiana fede tiene che vi sia Dio col triunfante concistorio21 degli spiriti et anime beate, collocate in un cielo sì immobile22, il quale, dal'infinito splendore et dal'ardente clarità23, empyreo, cioè infocato, se chiama. Ma pur potressi ancor dubitare che cosa vi sia fuor di questo empyreo; et non si può altro respondere, che o vacuo vi sia, o no. Certo infinito è, dove l'humano intelletto pensando stanca, e stupefatto si confonde.

[Anti.] Dunque questo impaccio lassamo a Dio, il quale solo infinito comprende l'infinite cose. Hor torna al proposito.

[Nico.] L'asse del mondo è il diametro, sopra il quale il mondo gira da livante in ponente. I poli del mondo sono i due puncti estremi dell'asse. L'equinoctiale è un cerchio massimo, del quale i poli sono i medesimi poli del mondo.

[Anti.] Perché [C:4r] chiame tu l'equinoctiale massimo?

[Nico.] Massimo cerchio ne la facia de la spera chiamo quello, che con la spera comune centro possede, il quale sempre parte la sphera in due uguali hemispherij; perché tal cerchio è il più grande di quei che nella faccia de la spera si descrivono, come Theodosio nella 6a del primo degli Sperici Elementi ci mostra, il quale anchora maggiore cerchio si può chiamare. Et tutti altri cerchi che per lo centro de la spera non vanno chiamerò minori, li quali essa spera in parti disuguali secano.

[Anti.] Io ti ho inteso. Torna al cominciato.

[Nico.] Il zodiaco è un cerchio massimo, che seca et a vicenda è secato da l'equinoctiale in parte equale, nella cui plana superficie il Sole contro24 il mondo da ponente verso livante camina.

[Anti.] Perché in parti equale?

[Nico.] Perché ogni due massimi cerchi nella faccia dela spera descripti in semicircoli a vicenda si secano, come la 15a del primo degli Sperici Elementi conchiude.

[Anti.] Chiaro è. Seguita.

[Nico.] Gli tropici sono due cerchi minori equali et equidistante al'equinoctiale, i quali contingono quinci et quindi il zodiaco, che già, per la terza del 2o dei detti Elementi, gli circoli equali et equidistante nella faccia dela spera non ponno essere più che due. Et per la 8a di quel medesimo, quando alcun cerchio massimo continge l'un di quelli, continge ancor l'altro come qui fa il zodiaco.

[Anti.] Chiaramente raggioni.

[Nico.] L'arctico25 et anctartico sono due cerchi minori et sì ancor equali, et al'equinoctiale equidistante perché passano per gli poli del zodiaco.

[Anti.] Dunque questi cinque cerchi: equinoctiale, due tropici, arctico et [C:4v] anctartico, et essendo tra se equidistanti, hanno unimedesimi poli, et uno asse, se la prima del secondo di Theodosio non ci mente.

[Nico.] Cossì sta. Quelli coluri sono due cerchi maggiore, che per li poli del mondo vanno. Ma l'uno di essi passa per la sectione di l'equinoctiale col zodiaco, l'altro per li poli ancor del zodiaco. Quello li equinoctij, et questo gli solstitij determina. Perché bisogna che partano così l'equinoctiale, come il zodiaco in quattro quadranti, come da la 12a del secondo degli Sperici Elementi, se ben ti rigordi, si cava. Et che quello che per l'uni et l'altri poli passa, per la 5a del detto Libro, vada per li punti deli qui tacti tropici.

[Anti.] Io men ricordo ben. Siegue ciò che resta.

[Nico.] L'orizonte è26 un cerchio massimo, che sparte il manifesto27 hemisphero dal'occulto. Et chiamasi recto, quando per li poli del mondo passa; obliquo quando l'un dei poli gli sta di sopra, e l'altro di sotto.

[Anti.] Dunque noi, che havemo28 l'un polo sopra e l'altro sotto, siamo in obliquo horizonte.

[Nico.] Cossi è. Et sappi ch'el superior polo del horizonte, è quel punto del cielo che a perpendicolo29 sovrasta al centro del horizonte, come per la decima del primo30 di Theodosio appare. Et tal punto è chiamato vertice, o vero zenith del loco di cui è l'orizonte. Onde l'altro polo di l'orizonte sarà vertice, o zenit di quei che l'altro hemisphero vedono et hanno quel medesimo orizonte.

[Anti.] Bisogna dunque che questi tali, che hanno un medesimo horizonte et sotto due oppositi zenit due diversi emispherij vedono, siano antipodi.

[Nico.] Cossì bisogna. Ma io non vo' che tu qui me turbi con qualche controversia. Degli antipodi [C:5r] poi ti parlerò a pieno.

[Anti.] Orsù procede ne l'ordine.

[Nico.] Però ogni stella, ogni segno, ogn'arco, che sopra l'horizonte nostro (per essempio) ascende et levasi, ai nostri antipodi descende et colcasi. Et per lo contrario ciò che a noi nel ponente cadendo giù se asconde, a quei per livante risurgendo se mostra.

[Anti.] Questo non acceptirà Lactancio et chiunque degli antipodi si ride.

[Nico.] Ancora per meglio intelligenza, ti fo' a sapere che quando un cerchio maggiore passa per li poli d'un altro magiore cerchio nella spera, et a vicenda questo per li poli di quello va, come per un corollario poi la 31a31 del primo di Theodosio appare, et fanno le croci a quattro angoli recti. D'onde seguita che l'equinoctiale vada per gli poli deli due coluri, et ch'el zodiaco vada per li poli del coluro solsticiale; e che32 i poli del coluro solsticiale saranno nelle sectioni del'equinoctiale col zodiaco, et con l'altro coluro, et però il coluro solsticiale anderà ancora per gli poli de l'altro. Et si de questi tre cerchi, cioè equinotiale et due coluri, tu pigli li due qual voi, nella sectione comune delli due pigliati è l'asse et gli poli di quel che resta. Questo medesimo apunto poi dir di questi tre cerchi, cioè horizonte recto, meridiano et equinoctiale. Perché il meridiano è un cerchio maggiore che passa per gli poli del mondo, et de33 l'orizonte. D'onde seque che gli poli34 del meridiano sempre siano nelle sectione del'orizonte con l'equinoctiale.

figura 1

Ancora l'arci dei coluri compresi tra due35 quali voi degli equidistanti sono equali, e l'archi degli equidistanti compresi tra i coluri sono quadranti. Et questo si cava [C:5v] da la 14 del secondo di Teodosio.36 Oltre di questo l'arco di qual voi coluro, inchiuso tra l'equinotiale et qual voi tropico, è uguale a l'arco di qual voi coluro tral polo di l'equinotiale et il cerchio artico, o37 anctartico. Perché la <maxima38> declinatione del zodiaco da l'equinoctiale, che i dì nostri ventitre gradi et [et39] 1/2 si trova, deve essere equale ala distantia di i loro poli. Et per simile raggione l'arco del meridiano tral zenit et l'equinoctiale se aguaglia al'arco del Meridiano tral polo di l'equinoctiale et l'orizonte. E quello latitudine de la regione,40 questo altitudine del polo si chiama.

[Anti.] Tu hai fatto bene a far questo breve discorso degli cerchi della mondana spera, perché io ne ho preso un buon concepto tra la mente, che credo mi fia utile ad intendere meglio le cose da dire.

[Nico.] Poi ancor vedere in questo instrumento di metallo tutti l'antedetti cerchi. Questo filo eneo ripresenta l'asse celeste, nel quale sono trafitti queste due cerchi, che sono i coluri, et questo, ch'è41 il recto horizonte, et quest'altro, che sta invece di meridiano. Questo è l'equinoctiale. Questo il zodiaco. Questi due i tropici. Et questi l'artico, et anctartico. Questo che con due perni sopra l'horizonte <retto è fissato e si inclina a piacere, esegue la funzione di horizonte obliquo.42> Questa piccola palla, o sperula di legno, che nell'asse sta inserta è la terra col mare che rotunda è, et nel mezo sta come intenderai.

[Anti.] O bello instrumento, o come stanno tutti i cerchi ben distinti et misurati.

[Nico.] Io vo' che sappi che questo sperico instrumento lo mandò, con certi altri doni, Misser Petro Bembo43 da Vinegia a misser Constantino Lascare, dal quale esso Bembo44 qui in Messina havea imparato le [C:6r] grece lettere. Vedi che i nomi dei duodeci segni vi sono scritti in greco, et in latino. Potressi ancora imaginare più cerchi equidistante al'equinoctiale quinci, et quindi; perché il Sole per lo moto primo ogni giorno ne descrive uno, et ogni stella descrive il suo. Et quinci comprendere come l'horizonte recto seca in parti equali tutti detti equidistante, o paralleli, per la 19 del45 primo di Teodosio, et per questo ivi li giorni sempre se aguagliano alle notti, et ogni stella vi nasce et colcase. Et come l'obliquo horizonte solo l'equinoctiale seca in due semicircoli, et gl'altri paralleli in parte disuguali; et però il Sole posto nel'equinoctiale equinoctio fa per tutto. Et quanto più indi al manifesto polo s'allontana, tanto più il giorno cresce sopra la notte. Unde nel tropico propinquo al detto polo, dove lontanissimo si trova da46 l'equinoctiale, fa il dì massimo et minima la notte, e come il contrario fa, quando dal'equinoctiale47 verso l'occulto polo et al'altro tropico dechina. Et se de la 12a del secondo degli Sperici48 Elementi non ti scordasti, vedressi come il meridiano seca l'archi degli paralleli tanto sopra, quanto sotto l'horizonte in parti equali et però il punto del mezo giorno determina.

[Anti.] Ma quai son quelle stelle che nel'obliquo orizonte mai si colcano, et quelle che mai si vedono?

[Nico.] Imagina due cerchi equali et equidistanti al'equinoctiale che quinci, et quindi contingano l'horizonte. Hor girando il mondo per lo moto primo; l'uno di questi due cerchi propinquo al manifesto polo49 volge intero sopra l'horizonte et l'altro propinquo al'oculto polo [C:6v] tutto sotto sta nascosto. Onde ogni stella in quello cerchio inchiusa mai si colca, et in questo mai compare. L'altre tutte si levano et cadono. Et perché, quanto più s'inalza il polo del mondo sopra l'horizonte, o ver l'altro s'abbassa50, gli detti due cerchi tanto più ingrandiscono; però et tanto più sono le stelle tanto sempre manifeste, quanto sempre occulte. Per fin ch'el polo de l'horizonte col polo del mondo se counisca, et l'horizonte con l'equinoctiale un medesimo cerchio diventi dove la metà dela spera celeste verso il soprastante polo sempre appare et occulta sempre sta l'altra.

[Anti.] Hor tu hai tante cose detto, ch'io credo che puoco ti resta.

[Nico.] Anzi io vo' che questo sia un preludio del nostro dialogo; che ho fatto, accioché in breve s'intenda ogni cosa, et accioché sia quasi una introductione al resto; perch'io intendo51 più diffusamente ogni cosa chiarire. Ma tu perché sij scordato dela52 natura tua, et non m'hai insino qui in cosa veruna contradetto?

[Anti.] Io verrò ale contradittioni poiché tu mel' recordi. Tutto questo discorso, che tu hai fatto, suppone ch'el cielo sia sperico, et il moto suo circolare; che la terra sia rotunda et nel mezo del mondo; et che al firmamento comparata sia quasi un punto; <e che non habbia alcun moto locale53>. Di modo che se alcuno di tal suppositi mancasse, tutto questo che hai detto fora una marasma54 senza pedamento.

[Nico.] Horsù con che ragione voi tu contradire a questi suppositi?

[Anti.] La ragione sarà l'esperientia. Andiam se non t'incresce su questo vicino colle; donde gran spatio di terra [C:7r] e di mare si scuopre.

[Nico.] Facciam come ti piace, tu voi ch'io degerisca oggi avante l'hora della cena. Hor già siamo nella sommità. Dì quel che voi: io con certissimi argumenti conchiuderò gli suppositi detti, et poi te farò del tuo errore accorgere.

[Anti.] Or guarda un poco attorno per quanto la vista si stende: dove vedi tu rotunda la terra? Dove sperico il mare? Io veggio qui colli, appresso valle, qui piano, altrove rocche, ivi da lontano montagne oscure, et poi in quello extremo quell'altre55 più brune, che quasi dubie tra le rare nebule spariscono. Et poi di quello extremo promontorio56 una immensa pianura di mare scuopro, fin che nello estremo col cielo quasi gionta pare. Et esso cielo si mostra su la terra, et il mare come una testudine sopra un pavimento construtta et non bene sperica. Perché quella parte del cielo verso il basso orizonte più lontana mi pare di quella, che su il capo ne sta. Né mi pare che la terra nel mezo sia, né che una tanta machina si possa in vece di punto57 pigliare.

[Nico.] Tu m'hai messo dinanzi una gran massa d'argomenti. Non sai tu che li sensi spesse fiate ingannano? Non sai tu che la vista per la troppo distantia, il vero non aprende? Però dove gli sensi mancano, tu dovressi recorrere ala maestra ragione.

[Anti.] Io aspetto che tu me la insegni, accioché, bench'io non creda tutto quel che i sensi mi mostrano, cacciato pur ogni dubio la verità me sia chiara.

[Nico.] Sequirò l'ordine del nostro Ptolemeo, mathematico et astronomo prestantissimo, dimostran[C:7v]do gli astronomici principij, et gli tuoi fallaci argumenti confutando. Di modo che lasserai, spero, questi sonnij, queste anili favole, et ridicole fantasie. Et chiaramente cognoscerai che questa mundana machina dal'estrema superficie, giù58 di spera in spera divisa, fin al centro universale scende. Et come fra quelle il primo fia il primo mobile, appresso il nono cielo, nel terzo loco il celo stellato. Et poi gli sette cieli degli 7 erratici, Saturno, Iove, Marte, Sole, Venere, Mercurio, Luna, che in tutto sono diece cieli. Et poi gli quattro elementi, Fuoco, Aere, Acqua, et Terra, del qual ordine et numero la ragione apresso pienamente intenderai.

figura 2

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